I bagni Ledux

I bagni Ledoux, costruiti nel 1861 erano caduti a metà del 1900 in disuso, ma erano rimasti intatti, trasformati in un deposito di botti di vino. Solo dopo la ricolonizzazione di Parigi, avvenuta nel 24° anno del “ritorno dalla fine del tempo” (il 2080, come i nostalgici del vecchio tempo si ostinavano a voler chiamare) i bagni erano stati ri-temporalizzati, in modo da continuare a essere operativi e utilizzabili, fino all’ultimo momento prima del grande nulla. Ciò consentiva un transito temporale di quasi 200 anni, utilizzabile dai coloni in qualsiasi momento. Ciò in teoria, perché i coloni preferivano viaggiare nei periodi più organizzati, per poter usufruire dell’assistenza e ospitalità delle comunità. E per il momento esistevano solo due comunità. La Comunità del 1870, fondata dalla gendarmeria, (da non confondere con la Comune di Parigi, che era proprio di quegli anni!) e la Comunità del 1930, fondata da alcuni entusiasti di quell’epoca. I viaggiatori temporali con destinazione Parigi erano costretti a viaggiare in questi due archi temporali, per non creare disordini e poter usufruire dell’assistenza del servizio, e della funzionalità dei bagni Ledux.
Uno dei più grandi impegni dell’Assistenza, era non solo di permettere il migliore e meno traumatico transito temporale ai revenant, ma anche di far sparire le loro tracce nel modo più discreto possibile, cosa che un revenant non organizzato non avrebbe saputo o potuto fare da solo con un buon margine di sicurezza.
Il grande numero di Revenant, circa 15.000 in tutto il mondo, moltiplicava per 15.000 le possibilità di disastri anacronistici e di avvistamenti indesiderati. La gendarmeria, per questo, raccomandava di muoversi il meno possibile, e mantenere indirizzi fissi nel tempo.
La gendarmeria doveva vegliare sul rispetto delle regole, pena il pericolo di anacronismi. Inoltre, si doveva assicurare che la vita dei revenant fosse dedicata alla scienza, all’ermeneutica, e all’indagine delle cause della grande fine del tempo.

Parigi attorno al 1861, il 24° anno della Gente, era diventata una delle basi meglio organizzate per i coloni. Un sistema penitenziario segreto permetteva di portare alla giustizia e isolare i coloni colpevoli di qualche infrazione. Per assicurare i coloni alla giustizia, i rintraccianti, dal momento che nulla di artificiale poteva essere portato nel viaggio, di attorcigliarsi in una sorta di nodo attorno al corpo della preda. Indispensabile, perché era necessario che la preda, per compiere il viaggio, dovesse trattenere il respiro e immergersi nell’acqua, altrimenti rischiava di annegare.


Il mio amico Maddox fu partorito dalle acque come Giona fu sternutito dal corpo della balena, schizzando letteralmente fuori. Cominciò a annaspare alla ricerca di aria da respirare. Io sapevo cosa dovevo fare. Mi immersi fino alla cintola nell’acqua, e come una levatrice lo presi per il torso e lo portai verso i gradini, dove poteva sedersi. Sui gradini coperti da cupi mosaici scheggiati il suo corpo bianco e nudo pareva un foglio di carta di un bianco così perfetto, turbato solo dai tatoos sulle due spalle, rappresentati il batelier sulla spalla destra e le pendu sulla sinistra e dalla fila di numeri e di simboli che erano stati incisi sotto. Non per niente Axle era conosciuto da tutti come “quello dei tarocchi”. Mi si strinse addosso come un bambino appena uscito da un incubo. Attorno a noi ci guardavano in tanti. Ma solo pochi erano sorpresi e sconcertati. I più conoscevano l’uomo dei tarocchi e sapevano bene cosa significasse quel viaggio.
Gli portai una vestaglia. Poi, insieme ci dirigemmo verso gli spogliatoi. Lentamente le sue guance ripresero un colorito roseo, e per la prima volta mi guardò e mi sorrise. “Bonsoir Axle, ça va mon ami?” mi chiese con quell’accento comune ad ogni viaggiatore, da qualsiasi parte del mondo provenisse.
Dall’armadietto riservato a Messieur Maddox prendemmo la biancheria, una camicia inamidata di un bianco impeccabile. Un colletto rigido. Il fiocco, che dovetti io allacciargli attorno al collo, perché le sue mani tremavano sempre dopo un viaggio. Infine la redingote, il cilindro e il bastone da passeggio.
Salendo le scale dei bagni turchi un frastuono ci venne incontro. Così incredibilmente alto per un uomo che negli ultimi sei mesi aveva vissuto in una città del tardo ventesimo secolo. Il suono delle ruote delle carrozze sul pavé, che nessun letto di paglia avrebbe potuto attutire del tutto.
Una carrozza ci stava aspettando, con a bordo il buon Hervé, che alle otto staccava per dedicarsi alla sua bottega di tatuaggi.

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