Les Bains Rex
I.
L’uomo allo sbando.
Sono emerso dall’acqua della baignoire. Il dolore è così intenso che piango. Devo uscire da quest’acqua, è bollente, morirò ustionato. Con uno sforzo sovrumano mi porto oltre il bordo e sbatto giù dall’altra parte. Per fortuna il tappeto di spugna attutisce la caduta. Rimango con la schiena a terra a guardare i piedi della bagnoire: zampe di leone con unghie da rapace. Quanto dovrò stare così?
A poco a poco mi ritornano le forze. Mi alzo e mi guardo allo specchio: la barba più nera, i capelli ancora più schiacciati contro le tempie. Guardo l’orologio. Sono le sei e mezza. Ma di quale giorno? Di martedì, come ieri. Come ieri! Sento salire una risata lunga che non riesco a controllare. E continuo a ridere, come prima avevo pian-to.
Così, alla fine sono riuscito a viaggiare nel tempo. È bastato entrare nella vasca da bango, tirare il fiato, mettere la testa sott’acqua, concentrarmi su una data: martedì 13 giugno 1995, ore 6:30. Il dolore è stato fortissimo —chissà se ci sono controindicazioni per la salute—ma ne è valsa la pena.
Vado in cucina e apro l’armadietto. C’è la scatola di biscotti che ho aperto ieri, solo che è ancora sigillata. Mi domando se i biscotti che ho mangiato sono scomparsi dal mio corpo, ma non credo, se il cibo che ho mangiato fosse sparito, mi sentirei debolissimo, e non è così. Evidentemente il cibo, una volta assunto, diventa parte di me. Ecco un buon modo per risolvere il problema della fame del mondo.
Sto per aprire la scatola, ma sento un rumore: accidenti, c’è qualcuno in casa! Mi nascondo nello sgabuzzino delle scope, tengo solo aperto uno spiraglio per guardare chi è l’intruso. Mi passa davanti. Un uomo di quarant’anni come me che come me indossa un paio di mutande e una maglietta: la mia maglietta dell’University Of California. Mi prende una stretta allo stomaco. È ovvio, quell’uomo sono io. Vogliamo scommettere? Adesso entro in cucina a far colazio-ne, poi mi infilerò nella baignoire per togliermi lo strato di appiccicoso di dosso.
E così accade. Il mio io di ieri esce dalla cucina ed entra nel bagno. Sento che fa correre l’acqua. Devo decidere in fretta cosa fare. Dovrò restare chiuso qui, aspettare che il mio io di ieri esca di casa e poi ritornare nella vasca e rispedirmi verso domani? Certo, non avrò risolto del tutto il problema. In tal modo continueranno ad esistere due me: quello di oggi e quello di ieri. E chi se ne frega, mi dico, per-ché continueremo a non incontrarci mai, io sarò sempre nell’oggi e lui sempre nello ieri, e casomai se faccio un casino con il tempo, sarà lui che prenderà la colpa.
Ma poi penso: come faccio a essere sicuro di arrivare sano e sal-vo al domani? Dovrei lasciare la baignoire piena, perché si può tran-sitare solo se immersi nell’acqua. Ma se poi il mio io di ieri capita in bagno, vede la baignoire piena e decide di svuotarla? Io potrei restare imprigionato nell’empireo o chissà dove, magari risvegliarmi nella fon-tana pubblica della piazza sotto casa o in una fogna, come faccio a saperlo?
Devo trovare un’altra soluzione. Intanto vedo il mio io di ieri passarmi davanti nudo e andare in camera a vestirsi. Aspettiamo che esca, e poi troveremo una soluzione.
Il mio io di ieri si è pettinato ed è uscito. Chissà se saprà mai cos’è successo. Potrebbe non saperlo mai. Perché ormai le nostre co-scienze sono separate. Siamo due persone diverse, unite solo dalla so-miglianza fisica, da una serie di programmi mentali e dalle stesse abi-tudini. Forse l’abitudine è l’elemento più forte che ci unisce.
Mi aggiro nervoso per la casa. Sono in un bel guaio. Ora la casa è mia, o sua? Uno di noi è di troppo. Uno di noi andrebbe eliminato, ma non voglio essere io. Per me è lui l’intruso.
Il Servizio Assistenza, certo. Devo contattarlo al più presto. Solo loro possono aiutarmi ad uscire da questa situazione.
Facile a dirsi, non ho il numero. E non so nemmeno come si chiamano.
Mi viene in mente che ho tatuato su una spalla un simbolo. È una specie di piramide con un occhio in cima, come il simbolo del dio dei massoni. Dovrò rivolgermi alla massoneria? Ma no, non è una piramide, è la punta di una spada, o forse un albero stilizzato. Forse dovrei andare in giro per la città a cercare questo simbolo tra i manifesti pubblicitari? Lo troverò da qualche parte sulle pagine gialle? O forse su internet?
Qualcosa dovrò pur fare. Cerco dei vestiti. Devo mettermi per forza le scarpe eleganti, i pantaloni grigi e la camicia bianca, perché il mio io di ieri ha indossato la mia divisa ufficiale, jeans, scarpe da ginnastica e maglietta. Ora è lui l’io ufficiale. Io sono la versione “colloquio da lavoro”.
Cerco nel cassetto della credenza il mio mazzo di chiavi di riserva. Esco e scendo per le scale. Il corridoio di entrata puzza come e più di ieri. Se avessi un portiere, ora sgranerebbe gli occhi e balbetterebbe: ma come, l’ho vista uscire cinque minuti fa… Invece c’è solo la gatta che ha appena partorito: mi guarda con quanto astio può un animale.
Ripenso al tatuaggio e alla storia di come me lo sono fatto. Era successo circa cinque anni fa. Avevo incontrato un tizio: Mark. Mi seguiva da un po’ di tempo. Un giorno mi avvicina in un giardinetto, sì in Madison Park. Un mingherlino, né carne né pesce, non mi diceva niente. Invece lui si ricordava di me, e che lui era con me all’università quando il patatràc della fine del tempo era successo (aveva detto proprio così), e che se io ero lì seduto su quella panchina poteva dire solo una cosa: che anch’io, come lui e come pochi altri la mondo, ero stato rispedito indietro. E che combinazione che eravamo stati rispediti indietro nello stesso arco temporale (ora dimostravamo entrambi 40 anni o giù di lì) e nella stessa città. Io non lo ripagai con lo stesso entusiasmo. A dire il vero, sul “rimbalzo” avevo le idee molto confuse, e durante i primi dieci anni della mia esistenza “post-fine del mondo” ero stato ospite volontario di un centro di cura mentale, e alla fine mi ero convinto che non potevo essere uno studente di microingegneria molecolare come pensavo: ero solo un barbone senza nessuno al mon-do e con un solo talento: quello di inventare termini scientifici e teorie che di scentifico avevano solo la prosopopea.
Per questo ero poco propenso ad ascoltare Mark. Mi pareva che anche lui volesse “farmi rimbalzare”, ma questa volta verso una fase della mia vita che era stata per me piena di confusione e di umi-liazioni. Mark però mi racconta un’esperienza personale tanto vicina ai miei incubi, che alla fine mi convinco che forse non sono del tutto matto. C’è chi ci può aiutare, dice, non siamo completamente soli.
Si toglie la camicia e mi mostra un tatuaggio: in realtà ne ha tanti, sembra un carta planetaria piena di simboli, ma mi indica quello in particolare: la piramide o se volete la punta di una freccia con l’occhio sopra. Poi mi dice, hai da fare? Bisogna che andiamo subito da Vincent. E mi spiega che Vincent è il proprietario di un tattoo parlour in Hell’s Kitchen.
Dopo un paio d’ore eravamo da Vincent, una specie di barbablù solo con la barba nera e di poche parole, e io sto urlando dal male, e lui che mi sta riproducendo quel simbolo che ha prelevato da un grosso album di cuoio chiuso con una fibbia. Nessuno dice niente, di lui ricordo solo le gocce di sudore da concentrazione e una lingua un po’ indecente affiorante tra le labbra, da concentrazione pure quella? Il lavoro costa 60 dollari, che deve per forza pagare Mark perché io purtroppo al momento... L’ultima cosa che ricordo è di esser uscito in strada con Mark, poi lui riceve una telefonata e fa in tempo a passarmi un biglietto da visita, a dirmi di chiamarlo, e se ne va.
Strana vicenda, eh?
Ora che ci penso avrei dovuto chiamare Mark invece di andare in giro così, a cercare tracce di simboli di sette segrete in giro per la città. Ma chissà dove sarà finito quel biglietto, dopo cinqute anni, sicuramente l’ho perso.
Così decido di ritornare al tattoo parlour sulla 70th West. Mi aggiro come un fantasma in questa tomba di cemento armato che è la città in agosto, in mezzo a quegli altri fantasmi che sono i turisti, alla ricerca di un salone di tatuaggi che sarà probabilmente chiuso. Di posti che fanno tatuaggi questa strada è piena e sono quasi tutti aperti. Certo, i turisti verranno qui da tutte le parti del mondo per farsi tatuare le chiappe. Ma quale sarà il posto che cerco io? Non ho che da entrare e domandare di Vincent. Al quinto posto, un signore con gli occhiali che sembra un becchino o un professore di chimica mi dice che Vincent è nel retro e cosa voglio da lui. Gli spiego che è una cosa un po’ riservata. Il vecchio mi fa entrare nel retrobottega. Ora mi ricordo la scena: tutto è rimasto come allora. Anche Vincent: una barba nera da Mangiafuoco e una serie di anelli piantati nei punti più incongrui della faccia. Vincent mi fa accomodare su una sedia e mi chiede cosa desidero. Io gli spiego che devo assolutamente mettermi in contatto con l’Assistenza, e per chiarirgli la situazione, gli mostro il tatuaggio. Lui non batter ciglio. Penso: visto che sono arrivato fin qui, tanto vale che gli spiego la situazione.
“Vincent, avrai capito che io sono uno di quelli…, sì di quelli che sono tornati indietro. Quelli che hanno il tatuaggio sulla spalla, no? Ecco, mi è successa una cosa incredibile, ma forse per te sarà solo ordinaria amministrazione. Chissà quante ne hai viste, eh Vincent? Insomma stamattina ho viaggiato. Non sono andato molto lontano, per la verità. Sono tornato indietro di un giorno. Nella mia casa, all’o-ra in cui mi sveglio di solito, veramente un po’ prima. E ovvia-mente…”
Vincent continuava a guardarmi senza espressione.
“… e ovviamente è successo il proverbiale patatràc. Sai chi mi si para davanti? Ovvio che lo sai —per te è ovvio, ma ti assicuro che per me è stato piuttosto traumatico, essendo la prima volta—mi si para davanti il me stesso di ieri! Io mi sono nascosto, e lui non mi ha visto. Ma capirai, è una situazione insostenibile. Uno di noi, come si suol dire è di troppo. Mi spiacerebbe che si trattasse del sottoscritto. Insom-ma, visto che tu ne avrai viste di queste situazioni a migliaia, io pensavo che potresti darmi un consiglio. Così… tra colleghi.”
Vincent non si scompone granché: “Non so di che parli. Non so cos’è quel simbolo. Tu mi dai un disegno, io te lo stampo sulla pelle, questo è tutto.”
“Capisco che non è forse il momento e il luogo” dico, con un velo di delusione “ti lascio il mio numero e il mio indirizzo, così mi contatterai tu secondo la prassi corretta.” E scribacchio i miei dati sul retro di un post-it.
Non c’è più granché da dire, anche perché Vincent è già passato a occuparsi di una cliente, una ragazza grassoccia e dalla pelle scura, probabilmente un’indiana o una pakistana che sta tremando e sbrodo-lando da tutte le parti per la paura.
Non sapendo più bene cosa fare, vado a fare una passeggiata lungo Central Park. Mi siedo davanti alla giostra. Di solito lo scorrere delle cabine mi fa l’effetto di un allucinogeno: vedo cose. Magari, pen-so, vedrò la soluzione al problema del momento: cosa fare? E dopo un quarto d’ora di navette spaziali, diligenze e jeep dei Marines viste e riviste 500 volte, una soluzione l’ho trovata. Se sia giusta o sbagliata, lo vedremo insieme.
Comincio a marciare a grandi passi verso casa. È quasi l’ora di pranzo, e ieri sono tornato a mangiare a casa, perché non ho più un soldo nemmeno per mangiare al diner dei miei amici greci che mi fanno pagare la metà. Mi batte il cuore. Sono anni ormai che le mie conoscenze mi hanno abbandonato. Nemmeno il servizio sociale mi vuole più vedere. Per un paio di anni li ho divertiti, e si sentivano orgogliosi di avere un caso umano bizzarro come me, poi sicuramente avranno trovato un pazzo ancora più divertente di cui occuparsi, e mi hanno scaricato. Mia madre… deve ancora sposarsi, e non credo che mi offrirebbe molta comprensione se piombassi nell’appartamento che condivide con Julie per dirle che sono suo figlio quarantenne e vengo dal futuro. Ma io… su di me so che posso contare. Sono una persona comprensiva con gli altri, e lo sarò a maggior ragione se l’altro in questo caso sono io stesso. Finalmente una persona con cui parlare senza tema di essere scambiato per pazzo, per un questulante, o semplicemente per un perdigiorno che fa perder tempo anche agli altri.
Con questi pensieri in testa e con il passo agile che non può che accordarvisi, mi dirigo verso casa. Suono il citofono. Aspetto. Aspetto. Nessuno? Possibile che non sia ancora tornato. Ma poi
Lo trovo che mangia, quasi prende un colpo.
Perché hai voluto tornare indietro nel tempo? Volevi andare all’ippodromo a puntare sui cavalli? Io veramente pensavo solo di non dover fare la spesa. Ho aspettato solo di trovare il giorno ideale per poter tornare indietro e vivere. Oggi è fresco, la padrona di casa è in vacanza, e nessuno è venuto a bussare per l’affitto.
Parliamo lui è poco simpatetico. Dice che è un problema mio.
Faccio per andarmene, ma mi sparano ci sparano, ma riusciamo a fuggire.
Hai rovinato tutto!
“Almeno una cosa l’ho capita.”
“Cosa? Vuoi dirmelo anche a me?”
“Che i miei problemi, caro il mio John, sono anche i tuoi problemi.”
E mentre discorrevano, correvano a perdifiato, che sembra quasi impossibile che potessero così discorrere.
II.
il procuratore ombra.
Chi non avesse mai frequentato Les Bains Rex non poteva sostenere di aver conosciuto veramente la tout-Paris di fine secolo. Si trattava del bagno turco più esclusivo della Francia sia per le qualità delle architetture che per quella delle sue frequentazioni.
Lo stabilimento era stato costruito nel 1861 da Francois Duberne, architetto celebre per le sue sperimentazioni con nuovi materiali e per la sua decisione di costruire un solo esemplare per categoria architettonica, onde evitare il rischio di ripetere quanto già fatto: fedele al suo credo che i capolavori non possono che essere irripetibili. Nel ventennio 1850-1870 l’architetto si era dunque dedicato a innalzare e legare ai posteri un solo esemplare, il migliore, di teatro, chiesa, piazza, palazzo pubblico, galleria, ippodromo e sala da palla-corda. L’unico neo, secondo le parole di Malerme, suo rivale professionale e detrattore, che gli invidiava le frequentazioni con la corte, e la tresca, mai provata d’altronde, con la stessa cugina della Regina, era che “messieur Duberne costruisce ogni cosa con la pianta e le proporzioni di una basilica, e se non si è mai cimentato con un ponte, grazie a Dio, è solo perché un ponte fatto come una basilica non potrebbe sostenersi e cadrebbe nella Senna.” E qualcosa di vero in questo veleno c’era, perché Les Bains Rex aveva propro la struttura di una basilica a croce latina, con la vasta piscina ad occupare la navata centrale, le sale per la sauna e gli spogliatoi ad occupare le cappelle laterali, e la piscina del procuratore ad occupare la zona absidale, sebbene chiusa alla vista dei frequentatori dello stabilimento da una vetrata spessa con decorazioni di celebri e sanguinose naumachìe.
Nella piscina centale, una vasca a forma di otto (il simbolo dell’infinito, che evocava il potere taumaturgico di quell’acqua da eterna giovinezza), decorata con mosaici che rappresentavano tutti gli animali e i mosti marini, —per vedere quelli più mostruosi bisognava ardire di immergersi nel punto più profondo che faceva oltre tre metri—era stata inaugurata nel 1861 e per qualche anno era rimasta in bilico tra l’essere un posto equivoco o per degenerati o invece diventare la salle de bain publique per i notabili, dove magistrati, eminenti professori di medicina e politici potevano incontrarsi senza le restrizioni della divisa, in un contesto di nuda democrazia. Ma nulla poteva eguagliare in sontuosità, a quanto si dice, l’opulenza della piscina privata del procuratore capo della città i Parigi, a quanto si dice, perché nessuno, a parte gli intimi di Charles DeBriand de la Guascogne avevano accesso a quel sancta sanctorum. Si diceva che in quella piscina avvenissero cose mirabolanti. E nessuno si meravigliava, visto che era la piscina privata di un uomo così importante, intimo dello stesso Imperatore Napoleone III, che ci fossero spesso dei gendarmi a vegliare sulla piscina, anche se faceva un po’ strano che in mezzo a quella nudità che dicevamo così democratica, i gendarmi fossero vestiti di tutto punto e imbracciassero chi il moschetto, chi la sciabola, come se dagli abissi di quella piscina potessero emergere chissà quali pericoli per la patria. Ma chi pensava così, finiva spesso per concludere che i gendarmi, se fossero stati anch’essi nudi, non avrebbero conservato quell’aria marziale e autorevole che era parte così essenziale della loro mansione
La storia di Deauville, rispedito nel tempo nel 1870. Era lui che aveva organizzato la prima Comunità di Revenant. (Era vero ciò che si diceva. Prendete un ricco. Toglietegli tutto e mettetelo nella foresta. Dopo un anno sarà tornato ricco. Il metodo aiuta. E chiaramente aveva aiutato anche conoscere in anteprima i risultati delle corse di cavalli e degli andamenti della Borsa. Ma l’aristocratico era stato veramente un self-made man. E a scorno degli americani, era un dannato francese. In poco tempo aveva acquistato i bagni e una volta stabilite delle basi organizzative e immobiliari solide, aveva organizzato altre due comunità a 80 anni l’una dall’altra, una nel 1950 e l’altra nel 2030, poco prima della fine del tempo. In queste due date aveva fatto ripristinare i bagni, che nel 1950 dopo esser stati utilizzati come rifugio antiaereo durante la guerra, erano diventati un deposito di vini. E nel 2030 erano state convertite in un club dove si dava appuntamento il tout-Paris della ipnomusic.
III.
L’interprete di tatuaggi.
Il signore che mi consegna il biglietto da visita indossa un abito grigio dal taglio moderno, ma i suoi baffetti e la barba alla D’Artagnan mi fa capire che non è di queste parti, né di questi tempi. Lo posso visualizzare in giustacuore, un tabarro intorno alle spalle, e un cappello a cilindro sulle ventitré. D’altra parte è questa l’immagine che tutta la comunità ha di Messieur Deauville, il procuratore-ombra di Parigi. Deauville mi porge un biglietto da visita di cartoncino bianco. Stampigliate in caratteri fioriti e profumato di fiori, queste parole:
Messieur Arduen Deauville
Voyageur
Joyeuse Ville de Paris dans ces meilleurs jours.
Comm. du 1870.
Io lo guardo sorpreso, mentre lui mi rivolge un sorriso divertito.
“Diciamo che preferisco lasciare un segno tangibile della mia presenza. Ma ovviamente il buon Adolphe ha dei documenti di viaggio più precisi e completi” dice in un inglese con forte accento.
Messieur Deauville non ha certo bisogno di sottoporre il proprio corpo bianco e delicato da vecchio dandy alle violenze del tatuatore, perché viaggia sempre accompagnato dal proprio segretario, guardia del corpo, amante, come dicono i più informati, e soprattutto latore di messaggi.
Gli verso un cognac gli chiedo di accomodarsi a un tavolo e di aspettare, mi scuso, ma la prassi…
“Lo so l’ho inventata io, la prassi” risponde Deauville, e accomoda il suo corpo di aristocratico del vecchio mondo a un tavolino tra due transessuali e il portoricano proprietario della bodega di fronte dove si vende un’eroina così cattiva che ti manda al creatore garantito. È una scena incongra, bisogna ammetterlo. Ma pur nella sua sgangheratezza il Little World Café sulla 12ª e Avenue B, sede dell’unica comunità di NYC, quella del 1960, è il quartier generale del Capitolo, le nazioni unite degli oltretempo.
Adolphe, il gigantesco bretone, mi segue nel nel retrobottega. Si toglie la giacca e la camicia. È praticamente una ragnatela umana. Ancora un paio di viaggi e dovrà essere scorticato e ricondizionato da qualche chirurgo plastico. Con una lente di ingrandimento leggo il messaggio stampigliato appena sotto il collo. Ne approfitto per scattargli anche una foto che terrò nel mio archivio, più per motivi artistici che burocratici. Il lavoro è stato fatto da uno studio molto sofisticato. Raffigura una porta che inquadra un personaggio. Il giorno 7340 (un albero con le radici su una nuvola, tatuato un po’ più su, sull’avambraccio, simboleggiava il numero 73), dalla creazione della prima comunità di Parigi, quella del ‘70. Ogni viaggio un tatuaggio. L’avambraccio aveva sanguinato, e il sangue aveva sporcato la manica della camicia. A Parigi doveva fare freddo, la faccia dell’uomo era rubizza. Mi aiuta lui nel conto: il 2 febbraio 1882.
Fra un po’ vado anch’io a Parigi.
IIII.
L’uomo del Giordano.
La colonia penale in Giordania, sulle rive del Mar Morto. In una regione secca, dove i prigionieri possono vivere in open air (perché punirli severamente) e sono costretti a lavori forzati. Sono loro che costruiscono con i mezzi del tempo strumenti di grande innovazione tecnologica. Sotto la guida dei Tecnocrati.
I seguaci del Piano erano convinti che questi scienziati, perché solo loro, con le loro teorie ostracizzate (nessuno di loro aveva mai vinto un Premio Nobel) avrebbero potuto raddrizzare la locomotiva del tempo e rimetterla sul binario giusto. Per me era un gruppo di mediocri e di frustrati che si sfregava le mani per il potere che si trovavano a gestire tra gli Oltretempo. Questa sì che era una seconda possibilità che si rispetti. Quando li vededevi passare con quella detestabile aria di sussiego, l’indiano Mathma Guynneyna, l’egiziano Mahfi Tuhti (non sapevo che l’universitò del Cairo avesse avviato un piano per il controllo dei magnetismi dell’elittica terrestre, e se volete il mio parere, ho i miei dubbi). Loro sussiegosi ma per usare un’espressione delle mie parti, gli rideva anche il culo.
Quando emergeva dal bacino del Giordano quell’irritante e pomposo guascone di Messieur…., avvinghiato ai suoi prigionieri come una prima ballerina ai suoi boys, Dio, mi prendeva uno schifo da sputare. Se non che eravamo talmente arsi, che dovevamo conservare i liquidi. Gli abbeveratoi erano disseminati in tutto il campo, in cisterne sigillate, e guardate a vista. Delle fontanelle facevano uscire degli zampilli in modo che noi della Colonia potevamo berne a sazietà, ma non trasportare l’acqua. Tutto intorno il campo era sigillato da reti. Delle automobili alimentate con le alghe fermentate raccolte…
Noi eravamo impegnati a ricostruire le macchine del 21° secolo con le tecnologie del periodo preistorico. Altri dovevano leggere trattati scientifici del 21° secolo stampati su tagliatelle organiche che si potevano portare in corpo e resistevano al viaggio. I nuovi clienti della colonia penale dovevano defecare il contenuto dell’intestino, che poi veniva lavato e
Comments
Post a Comment